Arrestato il proprietario per l'incendio del bar ad Arco di Travertino

Arco di Travertino Incendio al barNel luglio 2015 gli agenti della Polizia di Stato della Squadra Mobile della Questura di Roma procedevano all’arresto di un uomo di 39 anni, proprietario di un bar in Via Tuscolana n. 642, in località Arco di Travertino, accusato di aver provocato un incendio nel suo stesso esercizio commerciale il 27 luglio 2014, al fine di ottenere un’ingente somma di denaro dalla compagnia assicurativa con la quale il locale era assicurato.

Una comoda soluzione per risolvere i problemi finanziari

A volte, quando si attraversa un periodo difficile, specie sotto il profilo economico, cominciano a prender corpo nella mente delle idee strane, che a mano a mano diventano sempre più ingombranti, presenti, realistiche, sino a divenire nella testa di chi le ha elaborate delle buone soluzioni a tutti i problemi.

È così che di solito iniziano i guai. Ciò che può apparire come una comoda soluzione, di solito finisce con l’essere l’inizio di nuovi problemi, spesso anche più grandi di quelli cui si intendeva porre fine.

In una situazione simile si è trovato un trentanovenne di origini napoletane, che sommerso dai debiti faceva la scelta più sbagliata che avrebbe potuto fare.

L’uomo era proprietario di un’attività commerciale in zona Arco di Travertino e, precisamente, era proprietario e gestore di un bar sito in Via Tuscolana.

L’incendio nella notte: bar distrutto, appartamenti evacuati e tre feriti

Nella notte del 27 luglio 2014, all’interno del superiore locale divampavano le fiamme, in un incendio che cagionava enormi danni sia all’esercizio stesso che agli appartamenti sovrastanti, trovandosi il bar al piano terra su strada di un palazzo composto anche da altri appartamenti posti ai piani superiori. Era la notte tra il sabato e la domenica, quando i ragazzi escono e tornano all’alba del giorno dopo, mentre l’esplosione svegliava coloro che invece si erano già rintanati nelle proprie camere da letto.

Il fuoco raggiungeva in breve termine anche il secondo e il terzo piano e rimaneva ferita una ragazza di ventidue anni di origine ucraina, nonché suo padre e un altro uomo italiano, che all’arrivo dei vigili del fuoco venivano immediatamente condotti e ricoverati presso l’ospedale San Giovanni di Roma.

I pompieri procedevano immediatamente allo sgombero e all’evacuazione del palazzo, dichiarando successivamente il palazzo inagibile.

Le prime indagini subito indirizzate verso l’atto doloso dallo stesso proprietario

Una volta rientrata l’emergenza, ovviamente iniziava l’attività investigativa destinata alla corretta ricostruzione di quanto accaduto, così da comprendere se l’esplosione e l’incendio derivatone fossero di natura dolosa, colposa o accidentale.

Subito il proprietario del bar comunicava alle forze dell’ordine l’assenza di alcuni apparecchi di videopoker che erano presenti nel locale. Sulla base di ciò, in un momento iniziale, gli investigatori ipotizzavano che vi fosse stato un furto e che successivamente, per eliminare ogni traccia del reato, i ladri avessero appiccato il fuoco.

La svolta clamorosa: il responsabile e le possibili motivazioni dell’incendio

Qualcosa però non convinceva. Le dinamiche del furto e del successivo incendio non potevano essere ricostruite con precisione e vi era incompatibilità di tale dinamica degli eventi con le risultanze degli esami tecnici eseguiti nel locale e sugli impianti, ragion per cui gli inquirenti andavano a fondo e continuavano a indagare, sino all’amara scoperta.

Dopo una serie di rilievi e di raccolta di sommarie informazioni, le forze dell’ordine giungevano all’identificazione del responsabile, individuato proprio nello stesso proprietario del bar. Egli avrebbe incassato un elevato importo dall’assicurazione per i danni che il bar aveva riportato e, in tal modo, avrebbe potuto ripianare la propria situazione finanziaria, gravata da moltissimi debiti, come scoperto dagli inquirenti.

In particolare, l’uomo risultava destinatario di un’ordinanza di sfratto e aveva accumulato un ingente debito nei confronti della Società Acea, tanto da arrivare ad offrire una buona somma di denaro a un dipendente della società stessa affinchè insabbiasse la pratica del recupero del credito.

Le gravi accuse: incendio doloso, danneggiamento e lesioni personali

Le accuse elevate nei confronti dell’uomo una volta resisi conto del piano da lui orchestrato erano quelle di incendio doloso, fraudolento danneggiamento di beni assicurati e lesioni personali come conseguenza di altro delitto.

Il reato di incendio è punito dall’art. 423 c.p., che sanziona con la reclusione da tre a sette anni chiunque cagiona un incendio, laddove per incendio la giurisprudenza ha accolto una nozione restrittiva che lo identifica come quel fuoco di vaste dimensioni che abbia la tendenza a diffondersi e sia di difficile spegnimento; di certo non può essere accusato di incendio chi accende un fuocherello tenuto sotto controllo.

Al contempo il successivo art. 423 bis c.p. dispone un aumento di pena, tra gli altri casi, quando dall’incendio deriva pericolo per gli edifici o danno su aree protette, mentre l’art. 425 c.p., tra le circostanze aggravanti oggettive del reato di incendio, inserisce anche l’aver commesso il fatto su edifici pubblici, nonché su edifici abitati o destinati a uso di abitazione.

Insomma, non soltanto il ragazzo napoletano andava incontro ad una possibile condanna per incendio doloso, ma anche al riconoscimento di molte delle aggravanti che la legge prevede per tale tipologia di reato, atteso il rischio per l’incolumità pubblica derivato dalla sua condotta.

Il fraudolento danneggiamento per frodare l’assicurazione

A ciò si aggiungeva inoltre l’accusa per fraudolento danneggiamento di beni assicurati, reato previsto e punito dall’art. 642 c.p., il quale stabilisce che chiunque, al fine di conseguire per sé o per altri l’indennizzo di un’assicurazione, distrugge, disperde, deteriora od occulta cose di sua proprietà, falsifica o altera una polizza o la documentazione richiesta per la stipulazione di un contratto di assicurazione, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Alla stessa pena soggiace chi al fine predetto cagiona a se stesso una lesione personale o aggrava le conseguenze della lesione personale prodotta da un infortunio o denuncia un sinistro non accaduto ovvero distrugge, falsifica, altera o precostituisce elementi di prova o documentazione relativi al sinistro. Se il colpevole consegue l'intento la pena è aumentata.

Le lesioni personali ai danni degli inquilini rimasti feriti

Infine, tra i delitti contestati in seguito all’incendio cagionato dal proprietario del bar vi era anche quello delle lesioni come conseguenza di un altro delitto, di cui all’art. 586 c.p.

Detta disposizione prevede che quando da un fatto preveduto dalla legge come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 c.p. sono aumentate.

Ciò significa che l’autore del fatto risponderà per il diverso delitto nella sua fattispecie colposa e, nel caso di specie, le sanzioni previste dall’art. 590 c.p. che disciplina le lesioni personali colpose, sono aumentate.

Sulla base delle superiori contestazioni l’uomo veniva posto in stato di restrizione agli arresti domiciliari, come previsto dall’ordinanza cautelare del Gip di Roma.

La presunzione dell’impunità che troppo spesso degenera con gravi conseguenze

A volte non ci si rende perfettamente conto della gravità delle conseguenze che le nostre azioni potrebbero produrre.

Si crede erroneamente che in fondo la si passerà liscia, che milioni di persone, specie in Italia, perpetrano quotidianamente truffe alle assicurazioni, senza subire la benchè minima sanzione.

Ed è qui che sta l’errore che molto spesso facciamo: quello di credere che, attesa l’illegalità generale e la consueta violazione di certe disposizioni di legge, allora anche noi avremo diritto a farla franca e, anzi, qualora dovesse arrivare una sanzione potremmo addirittura sentirci delle vittime.

Questo è il paradosso per il quale i colpevoli si trasformano in martiri della giustizia.

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