Condanne per abusi edilizi del Country Club Castel Fusano
Nel gennaio 2016 il Tribunale di Roma, giudice Dott. Carmelo Casteldo, condannava il principe Mario Chigi alla pena di un anno di reclusione, per aver trasformato abusivamente il campeggio Country Club Castel Fusano in un una vera e propria cittadella.
Oltre a lui, la condanna investiva anche il nipote, il marchese Michelangelo Cavalcanti di Verdicaro, amministratore unico della società che gestisce il Country Club all’interno della pineta di Castel Fusano.
Gli abusi del Principe: una lunga catena
La famiglia Chigi è stata sempre un’importante famiglia nobiliare. Le origini sono da ricercarsi in Toscana, segnatamente nella zona di Siena, dove nel ‘300 la famiglia di banchieri Ardengheschi, da un cui ramo collaterale i Chigi discendono, acquisiva il titolo nobiliare.
Tra i parenti celebri possono essere annoverati molti cardinali e persino papi, come ad esempio Papa Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, nonché Agostino il Magnifico e Giovanni da Lecceto. L’importanza di tale casata è facilmente desumibile anche dai richiami alla famiglia presenti addirittura nel Decamerone di Boccaccio, a conferma della storicità della dinastia e della rilevanza che in un tempo andato essa aveva assunto.
Ad oggi, più che i titoli e gli stemmi, di tutto ciò resta il denaro; un patrimonio non certo modesto che i moderni discendenti della nobile famiglia hanno saputo ben utilizzare trasformandosi in moderni imprenditori, che investono, costruiscono e poi producono profitti.
Anche se tutto questo non sempre è stato fatto nel migliore dei modi, o meglio non sempre è stato fatto secondo le regole.
Ne è un esempio la vicenda del Country Club all’interno di Castel Fusano, in cui il principe veniva accusato di aver abusivamente costruito, per il proprio tornaconto personale, una serie di bungalow all’interno di un’area protetta. Nello specifico l’abuso veniva compiuto in un’area di 33 ettari di terreno situati nel cuore della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, classificata come area protetta di tipo 1, il massimo della tutela previsto, ossia come zona in cui non è neppure consentito potare un pino senza la previa autorizzazione.
È proprio in quest’area che venivano perpetrati i numerosi abusi puniti con l’operazione Feudo dalla Guardia di Finanza. All’interno della pineta veniva infatti realizzata una struttura per campeggiatori, che in poco tempo si ampliava vertiginosamente con la costruzione di numerose opere molto discutibili sotto il profilo del danneggiamento dell’ambiente.
Su una superficie complessiva di 33 ettari di terreno erano state edificate 800 unità abitative, oltre ad ormeggi per circa 200 imbarcazioni. Si trattava di un vero e proprio agglomerato urbano, comprendente campi da calcetto, piscine, supermercati, discoteche, pizzerie, bar e ristoranti, nonché bungalows da sogno immersi nella pineta; l’intera struttura risultava idonea a ricevere circa 4.000 persone. Insomma, un business non da poco per il principe e per il suo nipote marchese.
Inoltre, non vi erano soltanto le strutte in sé per sé a danneggiare il paesaggio e a deturpare l’ambiente, ma anche tutto ciò che deriva dalla capacità ricettiva di un camping: si pensi ad esempio ai grossi serbatoi di carburante rintracciati, necessari per l’alimentazione degli impianti energetici, costituenti un rischio enorme se allocati nel bel mezzo della pineta.
Gli autori dei misfatti avevano inoltre operato lo sbancamento delle sponde del Canale dei Pescatori, allo scopo di consentire l’attracco delle barche, finendo col distruggere la flora e la fauna locali.
Le indagini della Guardia di Finanza: l’operazione Feudo
Come detto, l’attività investigativa veniva svolta nell’ambito di quella che era definita come operazione Feudo, con ovvi richiami alla casata nobiliare e alle sue origini, dalla Guardia di Finanza, che agiva di concerto con gli uomini del Corpo Forestale e della Polizia Locale del Lido.
I finanzieri, agli ordini del Colonnello Alessandro Barbera, nel marzo 2012 procedevano all’esecuzione di un sequestro preventivo, chiesto dal pm inquirente e concesso dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Ostia, avente ad oggetto l’intera struttura.
All’esito delle indagini, il marchese amministratore unico della società, unitamente al principe proprietario del tutto, venivano denunciati a piede libero, per gli innumerevoli abusi edilizi compiuti.
Secondo le risultanze dell’attività investigativa, gli abusi si sarebbero protratti negli anni, tenuto conto della circostanza che il Country Club era stato aperto negli anni ’70, quindi parecchio tempo prima del sequestro intervenuto. Essi riguardavano sia le nuove costruzioni, che i casali storici denominati delle Rose e delle Mimose, ampliati dai proprietari in un momento successivo alla loro costruzione.
Inoltre, al momento dell’intervento delle forze dell’ordine per l’applicazione dei sigilli e l’esecuzione del sequestro preventivo, venivano rinvenuti anche pericolosi quadri elettrici e bombole di gas, che all’interno della pineta rappresentavano una miccia vicino al fuoco, prontamente rimossi dai Vigili del Fuoco.
La condanna per abusi edilizi
L’accusa mossa nei confronti degli indagati era quella di abusivismo edilizio, reato previsto dal D.Lgs. 380/2001, c.d. Testo Unico in materia edilizia.
In particolare, l’art. 44 prevede che, salvo che il fatto costituisca più grave reato e ferme le sanzioni amministrative, si applica: a) l'ammenda fino a 10.329 euro per l'inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal Testo Unico, in quanto applicabili, nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire; b) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da 5.164 euro a 51.645 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l'ordine di sospensione; c) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da 15.493 euro a 51.645 euro i nel caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio, come previsto dal primo comma dell'articolo 30. La stessa pena si applica anche nel caso di interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico, ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.
Inoltre, secondo la norma, la sentenza definitiva del giudice penale che accerta che vi è stata lottizzazione abusiva, dispone la confisca dei terreni, abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Per effetto della confisca i terreni sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del comune nel cui territorio è avvenuta la lottizzazione. La sentenza definitiva è titolo per la immediata trascrizione nei registri immobiliari.
A distanza di quattro anni dal sequestro, nel 2016, il principe Chigi veniva condannato alla reclusione di un anno per tali fatti e, insieme a lui, anche il nipote marchese Cavalcanti di Verdicaro subiva la stessa condanna.
Il figlio del principe, invece, Flavio Chigi, veniva assolto con formula piena per la sua estraneità ai fatti.
Una storia di ingordigia non certo figlia della miseria
Che dire, quando l’acqua non basta si intende appropriarsi anche del mare.
Siamo in presenza di una storia di ingordigia che di solito è più consona a chi conosce la miseria e non sa dove porre il confine, non conoscendo il momento in cui va detto basta. A quanto pare però anche chi nasce con un titolo nobiliare, che certo non ha oggi il valore che aveva nel ‘300, resta vittima della cupidigia che travalica i confini della legge e del rispetto dell’ambiente per approdare sulle sponde del lucro sconfinato.
La pineta di Castel Fusano, come migliaia di altri siti di cui l’Italia è costellata, meriterebbe una protezione migliore che non quella garantita da un signore distinto, il quale, secondo le sentenze, non si è comportato diversamente da qualsiasi altro criminale da strada.
Non è una cravatta, né tantomeno uno stemma a fare la differenza.
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